sabato, febbraio 16, 2008

Il mio autista

Curioso: autista, in spagnolo, significa autistico. Insomma, un nome in italiano è un sostantivo in spagnolo.
Ma l'autista è anche il signore, il capo, The Man, dell'autobus. E' oramai da sei mesi che sono tornato a frequentare il magnifico mondo dei mezzi pubblici. E devo dire che ne sono molto contento.
Zurueckbleiben, bitte. E si chiudono le porte del metro. Ad ogni fermata, si aprono e si chiudono. Mi piace guardare la gente che entra, sono uno di quelli che sta tutto il tempo a spiare nel libro nell'altro, a tentare di capire che musica ascolta il mio vicino. Quello che tiene l'orecchio teso per ascoltare la conversazione dietro: purtroppo, qui in Germania, un gran poco da ascoltare.
Ma il momento più bello è quando esco dal metro per prendere l'autobus che mi porta al lavoro.
Certo, è molto più scomodo. Non posso leggere, si sta stretti e si sballonzola tutto il tempo. Delle volte mi viene addirittura la nausea. Ma ci si conosce tutti, anche solo di vista. Passa in mezzo ai campi, si vede un po' di verde o di bianco se c'è neve e, se il tempo lo permette, si vedono anche le montagne in lontananza.
E soprattutto c'è l'autista. Ce ne sono diversi. La mattina di solito sono calmi, rilassati. Si fumano una sizza prima di partire, in camicia fuori dall'autobus, mentre ci sono cinque gradi sottozero.
Ma la sera, quando torno, sono fuori come dei pomeli cinesi. Guidano a seicento all'ora. Isterici. Odiano il mondo, in particolare gli automobilisti. Per evitare le macchine salgono sui marciapiedi, chiudono le curve pensando di guidare una cinquecento, inchiodano a dieci metri dalla fermata. I vecchi che entrano rimangono vivi per qualche miracolo di San Weisswurst, probabilmente. Se ti siedi nei posti dietro, quelli sopra il motore, lo senti messo alla frusta con delle accelerate degne del peggior Fisichella. Delle volte, quando si lanciano sul rettilineo modello chilometro lanciato, gli autisti sbandano e prendono il marciapiede: i tedeschi sembrano abituatissimi, ma io mi cago in mano.
Se provi a chiedergli qualcosa, ti mandano a quel paese. Quel paese penso sia Karsfeld. Quando le gente deve fare il bigliettino alla macchinetta giusto dietro di lui, l'autista del 172 normalmente ci mette ancora più cattiveria nella guida, mentre il malcapitato di turno deve fare acrobazie per tenere la borsa, contare gli spicci, selezionare il pulsante giusto, mantenersi al corrimano, riprendere gli spicci che la macchinetta sistematicamente rifiuta, scaldare gli spicci al lato della macchinetta (chi avrà mai scoperto che se strofini le monete sulla macchinetta, come a farle le coccole, questa sarà più incline ad accettarle??), finalmente ritirare il biglietto, mantenersi in equilibrio senza punti di appoggio mentre mira il buco dell'obliteratrice, per poi vidimare il biglietto mentre oramai l'autobus è già arrivato al capolinea. E in tutto questo l'autista fa diventare il mezzo come un toro imbizzarrito, ed il passeggero del biglietto si sente come in una di quelle estenuanti pesche in mare aperto, quelle che si fanno con la sedia del ginecologo.
Insomma, la sera io questi autisti li odio.
O meglio, li odiavo, fino a tre giorni fa, quando ho incontrato il mio idolo.
Ero lì come al solito, che aspettavo alla fermata facendo rumore con le scarpe, smuovendo i sassolini che mettono sui marciapiedi per non fare che il ghiaccio rompa i femori della gente. Cercavo di scaldarmi un pochino. Ad un certo punto vedo l'autobus che mette la freccia verso la via della fermata, ed il solito piccolo sospiro di sollievo si unisce a quella sensazione di caldo anticipato.
Entro dalla parte anteriore, perchè chi è abitudinario lo capisce. E perchè i posti davanti sono quelli panoramici. E vedo questo autista nuovo. Cinquantenne. Cotonato, capelli scolpiti come il cosmonauta di Good Bye Lenin. Si alza per togliersi la giacca. E' alto, una figura elegante. Sotto la giacca ha una magliettina di lana nera attillata, con il collo a dolce vita. Subito il mio sguardo si posa sulla sua mano destra, mentre con un gesto plastico avvolge la giacca attorno al suo sedile molleggiato. Ha un polsino. Sembra blu. E bianco. E rosso. Noooo, penso. Ha un polsino con la bandiera di Cuba. Idolo all'istante. Entra una signora, e deve fare il biglietto. Et voilà, penso io. Non ha gli spicci, ha solo un biglietto da dieci. Errore gravissimo, in Germania non puoi sbagliare. Chiede al conducente il cambio in moneta: cosa sta rischiando, penso io. Ed invece il filocubano la guarda, le sorride (!!!), e le fà un gesto come dire: lascia stare, offro io. Ovviamente, la signora non capisce. Lui di nuovo le fà un altro gesto, e senza dire una parola le fà capire di accomodarsi, che questo giro è gratis.
Io osservo la scena, vorrei abbracciare il mio nuovo autista preferito. Parte la corsa, e so già che sarà dolce e piacevole, con quel polsino cubano a guidare sapientemente il volante.
Adelante, compagnero!!

7 Comments:

Anonymous Mauro said...

Una ventata di umanità lascia sempre sbalorditi, specie in KruKKolandia.
Chiedi al tedeschino sopra le righe cosa pensa dell'abbandono di Fidel!
Un saluto da un isolotto ai confini con l'Atlantico.

2/20/2008 12:08 AM  
Blogger giovi said...

caro il mio mauro, che dire.. penso che lo vedró vicino alla fermata, con un Havana 5 in mano e un Romeo y Julieta nell'altro..

2/21/2008 11:30 AM  
Blogger el Niño said...

E' passato più di un mese da quando hai redatto codesto post...ormai avrai avuto modo di osservare meglio il nostro guidatore...voglio notizie nuove e certe su questo autista. Ma è tedesco? ci hai parlato? è stato a cuba?

3/19/2008 12:13 PM  
Anonymous Anonimo said...

Si, probabilmente lo e

11/04/2009 10:19 PM  
Anonymous Anonimo said...

necessita di verificare:)

11/08/2009 1:22 PM  
Anonymous Anonimo said...

Perche non:)

11/08/2009 1:23 PM  
Anonymous Anonimo said...

Perche non:)

11/08/2009 1:26 PM  

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